Progetto Habit@2017-03-21T20:17:39+00:00

Il Progetto Habit@

Immagine satellitare della Terra. Il progetto Habit@ pone l

Personalmente prediligo le lande desolate alle metropoli, ma dicono che la popolazione cresca esponenzialmente per cui ne deduco di essere condannata alla convivenza forzata con persone che vorrei distassero almeno una ventina di chilometri da me, giusto lo spazio necessario ai miei pensieri per distendersi. Inoltre, se l’Italia mi sembra sovraffollata e mi chiedo dove potrei emigrare, per essere lungimirante dovrei considerare la possibilità che luoghi desolati oggi potrebbero essere sovraffollati domani.

 

Ma accadrà per davvero?

In quanto tempo?

 

A ben guardare, per altro, se mi dicessero che prima di andare a cavalcare nel selvaggio west dovrei fare una sosta a New York, non direi certo di no: come resistere al fascino di una città che è un microcosmo? Per quanto tu possa pensare di saper spiegare come sia nata, per quale serie di eventi sia diventata quel che è ora, di fatto c’è sempre qualcosa che ti sfugge e la consapevolezza che laggiù non siano tutte rose e fiori (e nemmeno grandi mele per tutti) rende l’eventuale sosta ancora più intrigante. E quando senti dire che the Big Apple diventerà anfibia per l’innalzamento degli oceani, torni a chiederti se accadrà per davvero ed entro quando, ma soprattutto:

 

è già successo in passato?

C’è qualcosa che si può fare concretamente per evitarlo?

 

La verità è che non sappiamo né cosa stia accadendo né se e perché dovremmo preoccuparcene e, ad un tratto, fare spallucce diventa abitudine, se non persino una strategia di sopravvivenza. Eppure la realtà non molla la presa perché nel suo essere piazza, luogo in cui le persone e il loro mondo esistono, ci circonda. Del resto la realtà non è circoscrivibile, è il nostro ambiente, il nostro habitat.

Tanti dati tra le mani, ma nessuna certezza di poterne ricavare delle informazioni: notizie discordanti e mediante da un foglio di carta o da uno schermo che non rispondono in modo diretto alle nostre eventuali domande; notizie in linguaggi diversi che non si riescono a comporre o sovrapporre; la cosiddetta “scienza” usa numeri che i più confondono con certezze e che molti affilano per farne frecce della propria moderna tribù, mentre la fazione dei “filosofi” pone domande con l’intento di farci riflettere e ottiene il risultato di pietrificarci nella paura.

 

Abituati a tracciare confini, fare distinguo, specializzarci ed evidenziare differenze, perdiamo la visione d’insieme, perdiamo la nostra direzione. Diventa un’abitudine che ci fa sentire al sicuro, ma ci costringe in confini che non sono reali e ci priva della possibilità di vedere veramente ciò che ci circonda e di confrontarci con esso.

 

Ma la realtà è il nostro ambiente e non può essere delimitata, se non in linea teorica, e ogni confine tracciato è solo concettuale, una semplificazione per riuscire a “lavorarci”: l’economista si preoccupa della praticabilità di ogni azione rispetto alle possibilità di spesa e alla sostenibilità degli investimenti, gli scienziati cercano spiegazioni e soluzioni facendo i conti con le capacità dell’umanità nel XXI secolo, gli ambientalisti si preoccupano della sostenibilità delle scelte in funzione della disponibilità delle risorse naturali, le organizzazione umanitarie ci ricordano che senza l’umanità i presunti problemi non esistono.

Ciò che ci circonda è un insieme complesso di relazioni e di mutue influenze che fluttuano intorno a noi e con noi cercando di mantenere un equilibrio. O almeno così è stato sinora.

Force of habit@ vs. force of habit?

Il Progetto Habit@ prende avvio dalla constatazione che il presente offre tanti dati, ma poche informazioni. Prendere atto di questo fatto rappresenta il punto di partenza del progetto, qui rappresentato dalla prima casella di un gioco da tavolo, con pedine e dadi.

E’ davvero impossibile trovare un baricentro, un punto di osservazione che ci consenta di non avere ostacoli sulla traiettoria del nostro sguardo e che consenta alle nostre scelte di essere inclusive di ogni aspetto anziché parziali e, quindi, insoddisfacenti?

Siamo una popolazione eterogenea che, quale si creda siano la sua origine e il suo destino, ad oggi dispone di un unico luogo nel quale sia in grado di sopravvivere: gestire ogni questione in termini positivi e propositivi ponendo a fondamento questo dato di fatto cambierebbe radicalmente il punto di vista in ogni discussione limitando le opposizioni in termini di valori.

 

Ogni altra questione è successiva: cos’è l’ambiente? Perché dovremmo tutelarlo? Riusciremo ad andare su Marte? Riusciremo a raggiungere l’obiettivo di sfamare ogni individuo su questo pianeta? Riusciremo a sconfiggere le epidemie? Quanti saremo nel 2050? E’ giusto che la ricchezza sia concentrata nelle mani di pochi?

 

Ma non per questo ogni altra questione è meno essenziale o meno prioritaria per definizione.

Cercare la risposta a tre domande:

    1. cosa è vero e cosa non lo è delle notizie che circolano sul tema “ambiente”?
    2. è possibile giungere a una visione unitaria e condivisa sulla questione oppure le influenze culturali, politiche o ideologiche non potranno che produrre divisioni e opposizioni?
    3. cosa possiamo fare una volta messo a fuoco l’argomento? L’ambiente è l’unica vera priorità del nostro tempo? Le soluzioni efficaci sono quelle che si basano sull’impegno individuale oppure sono necessariamente di portata globale?
Il Progetto Habit@ ha un obiettivo ben definito che The Half Hermit rappresenta come l
The Half Hermit è consapevole che il Progetto Habit@ dovrà affrontare degli ostacoli, ma crede che un po

Guardavo George Carlin e gli davo ragione: parlare di ambiente equivale ormai ad attivare resistenze o dibattiti improduttivi.

 

L’Internazionale  include il tema “cambiamenti climatici”  nella categoria “ossessioni”, dando a sua volta ragione a chi prova una sensazione di nausea crescente rispetto a certi temi e prendendo per il naso quanti credono che le questioni serie possano essere affrontate solo con cipiglio altrettanto serioso.

Allora bisogna mettersi sulla strada, affilare la mente a forza di curiosità e provare a scardinare le proprie certezze e perplessità con il fuoco amico delle domande, provare a tradurre numeri e parole in visioni di futuro:

  • chiedere ai climatologi cosa dicono i dati e cosa vogliamo che ci dicano;
  • chiedere agli storici cosa ci può insegnare il passato;
  • chiedere ai sociologici come rendere il problema di interesse per una moltitudine variegata;
  • chiedere agli economisti se esistono nuove strategie per il futuro;
  • chiedere agli ingegneri quali soluzioni possono essere praticabili e cosa si auspicano di poter inventare di nuovo;
  • chiedere ai politici cosa serve per anteporre un’idea di futuro migliore al miope interesse personale;
  • chiedere a ciascuno cosa sarebbe disposto a fare per un futuro che comunque non potrà determinare e che, per certi versi, nemmeno vedrà mai.

La scienza insegna l’oggettività e l’osservazione diretta, mentre la nostra umanità ci insegna la necessità del coinvolgimento emotivo, infine insieme rendono le scoperte entusiasmanti e svelano l’essenzialità dell’onestà intellettuale per poter maneggiare in modo costruttivo qualunque questione. Poi, magari, il non sempre leggiadro dono dell’ironia aiuterà a dare una nuova collocazione all’idea di “ambiente”.

Il Progetto Habit@ vuole fare del viaggio lo strumento di studio e unire scienza e filosofia per farne il metodo di analisi dei dati. Una mappa, un taccuino, un paio di occhiali, una macchina fotografica, una lente di ingrandimento e un rocchetto di filo rappresentano questa idea.
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